Allergia o intolleranza alimentare? (parte seconda)

ImageNello scorso articolo abbiamo chiarito il significato di allergia alimentare, oggi invece cerchiamo di capire qualcosa di più riguardo le tanto famose intolleranze.

Rispetto alle allergie, le intolleranze alimentari non coinvolgono nello stesso modo il sistema immunitario: l’allergologo Kaplan, nel 1991, le definì come “allergie non allergiche”, evidenziando l’esistenza di reazioni avverse agli alimenti che non era possibile correlare agli anticorpi di tipo IgE.

Le intolleranze alimentari possono dipendere dalla mancanza, nel nostro organismo, di enzimi in grado di digerire una determinata sostanza: è il caso dell’intolleranza al lattosio, lo zucchero del latte, che, per essere assimilato, deve prima essere “diviso” nei due zuccheri che lo compongono (glucosio e galattosio).

L’enzima capace di svolgere questa operazione è la lattasi: negli individui che producono poca lattasi, il lattosio rimane indigerito nell’intestino e può dare sintomi quali flatulenza, diarrea, gonfiore e dolori addominali.

Un secondo gruppo riguarda le cosiddette intolleranze alimentari “farmacologiche”, provocate da sostanze presenti negli alimenti dotate di attività farmacologica: tra queste sostanze troviamo l’istamina (presente in vino, spinaci, pomodori, sardine, filetti d’acciuga, formaggi stagionati), la tiramina (formaggi stagionati, vino, birra, lievito di birra), la caffeina (caffè e bevande commerciali), la solanina (patate), la triptamina (prugne e pomodori) e la serotonina (banane e pomodori).

I sintomi si manifestano solo in seguito all’accumulo di queste sostanze nell’organismo, perciò il loro consumo occasionale da parte dei soggetti intolleranti non comporta, spesso, alcuna manifestazione, mentre l’ingestione ripetuta determina la comparsa della sintomatologia (molto simile a quella dell’allergia alimentare).

Le intolleranze, inoltre, possono essere provocate dagli additivi presenti negli alimenti, cioè quelle sostanze naturali o di sintesi usate nell’industria alimentare per migliorare l’aspetto e il gusto degli alimenti e per la loro conservazione.

Gli additivi sembrano, infatti, aggravare la sintomatologia di patologie croniche quali l’asma bronchiale, la dermatite atopica e l’orticaria cronica.

Un’altra condizione di cui si sente spesso parlare è la celiachia, cioè l’intolleranza permanente al glutine, proteina che si forma durante l’impasto con acqua della farina di alcuni cereali, come frumento, farro, kamutorzo, segale e avena (anche se il ruolo di quest’ultima è ancora oggetto di ricerche scientifiche).

Il glutine contenuto negli alimenti sopracitati determina la distruzione della parete intestinale del soggetto celiaco, con conseguente difficoltà nell’assorbimento di nutrienti essenziali quali grassi, proteine, carboidrati, minerali e vitamine.

I sintomi includono diarrea, debolezza, perdita di peso, irritabilità, crampi addominali e crescita insufficiente nei bambini dovuta al malassorbimento: il paziente celiaco deve seguire una dieta priva di glutine in quanto, escludendo tale sostanza dalla dieta, l’intestino si rigenera gradualmente e i sintomi scompaiono.

Attualmente, i test proposti per la diagnosi di intolleranza alimentare sono molteplici ma, purtroppo, nessuno è stato ancora validato scientificamente.

Il mio consiglio è, dunque, quello di affidarsi a professionisti seri che, indipendentemente dal metodo che utilizzano, vi propongano un approccio a 360 gradi: un’anamnesi accurata della vostra sintomatologia, delle abitudini alimentari e della storia clinica sono infatti fondamentali per comprendere  e trattare il problema nel modo adeguato.

 

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